La Montagna non è quella che raccontano i giornali

Nessun fondo immobiliare internazionale si è mai svegliato la mattina pensando: costruiamo un boutique hotel a Locana, provincia di Torino, milleduecento anime, valle Orco, quella strada che d'inverno la spalano quando possono. Nessun assessore ha mai tagliato un nastro davanti a una spa panoramica in valle Orco. Nessun inviato ha mai scritto un pezzo sul rinascimento dell'alta valle canavesana.
A Locana, fino a ieri, si andava solo se ci eri nato. Il paese era famoso per le case a un euro: quella cosa che i giornali raccontano con affetto per una settimana, con il tono che si usa per i cuccioli abbandonati, e poi dimenticano. Oggi Locana è ai primi posti in Piemonte, tra i comuni sotto i cinquemila abitanti, per spesa turistica generata dagli ospiti degli affitti brevi. Non grazie a un piano strategico regionale. Grazie a un tot di privati che hanno messo online la casa che avevano.
Il dato che nessuno vuole guardare
Partiamo dal numero che rende ridicola metà del dibattito italiano sul turismo: venti comuni, lo 0,4% del totale, attraggono il 32% dei turisti che visitano l'Italia. Il 20% dei comuni assorbe il 90,4% degli arrivi. Tutto il resto — settemila e passa municipalità, l'ottanta per cento delle aree che ospitano siti UNESCO, il 73% dei ristoranti stellati Michelin, i due terzi dei musei e dei parchi archeologici — sta a guardare.
Ora la domanda che nessun editoriale sull'overtourism si pone mai: chi ci dorme, in quei posti?
La risposta è brutale. Solo la metà dei piccoli comuni italiani ha almeno un albergo. Nei comuni sopra i trentamila abitanti la percentuale è il 96%. E nel 75% dei piccoli comuni — parliamo di circa 5.700 comunità — l'extralberghiero non è un'alternativa all'hotel: è l'unica forma di ospitalità esistente. Non c'è un secondo posto. C'è la casa di un privato oppure c'è il nulla, e nel nulla il turista non ci va, perché nel 2026 nessuno guida due ore per vedere una chiesa romanica e poi tornare indietro nella stessa giornata.
Chi in questi anni ha spiegato dalle colonne dei quotidiani che gli affitti brevi vanno "regolati come si deve" ragionava, senza dirlo, su un campione statistico: Venezia, Firenze, il centro di Roma, forse Milano. Cinque codici postali. Poi ha scritto la norma per ottomila comuni. È come curare l'obesità con una legge che vieta il cibo, e applicarla anche a chi la fame ce l'ha davvero.
Il video della coda, ogni santa estate

C'è un genere giornalistico che d'estate torna con la puntualità delle zanzare: il video della fila. Sempre lo stesso. La coda al sentiero delle Tre Cime di Lavaredo, oppure la processione sulla cresta del Seceda, ripresa da un drone o da uno smartphone, con la didascalia che si scrive da sola: i turisti stanno distruggendo la montagna. Trentamila condivisioni, ottocento commenti indignati, tre editoriali di rincalzo. Poi arriva settembre e ce ne dimentichiamo fino a giugno.
Facciamo i conti, che è un esercizio che nessuno fa mai perché rovina il pezzo.
Le Alpi italiane si estendono per circa 1.200 chilometri di lunghezza e coprono 51.941 chilometri quadrati. Il Seceda, inteso come la cresta fotografata in tutti quei video, è questione di un paio di chilometri quadrati. L'anello delle Tre Cime, contando largo, sta dentro una decina. Sommiamo pure altre quindici o venti località dolomitiche satolle di visitatori — Braies, Carezza, il Sassolungo, quello che vi pare — e arriviamo, tirando per il verso più generoso possibile, a qualche decina di chilometri quadrati.
Su cinquantunmilanovecentoquarantuno. Siamo sotto il decimo di punto percentuale.
Il novantanove e rotti per cento dell'arco alpino italiano, nello stesso identico weekend di agosto in cui il drone riprende la coda al Seceda, è normalmente vivibile. Ci sono valli intere dove l'ultima segheria ha chiuso negli anni Novanta, dove la scuola elementare fa una pluriclasse, dove il bar apre a giorni alterni perché non conviene. Quelle valli non le riprende nessun drone, perché un video di una strada senza nessuno non lo condivide nessuno.
E qui sta il punto, che non è un problema di malafede ma di modello economico. Una redazione che campa di traffico non può permettersi di pubblicare la notizia "in gran parte delle Alpi non c'è nessuno". Non fa clic, non fa indignazione, non fa dibattito, non fa niente. Il video della coda invece li fa tutti insieme, costa zero — lo ha girato un utente — e si scrive in quattro minuti. La scelta editoriale non è ideologica: è di sopravvivenza. Il risultato però è che l'italiano, e con lui il legislatore che legge gli stessi giornali, si è convinto che l'Italia sia un paese sull'orlo del collasso da eccesso di turisti, mentre è un paese con una decina di posti saturi e settemila che svuotano.
Poi c'è la parte meno innocente. In un'informazione turistica in cui l'inserzionista è quasi sempre grande — catene ricettive, grandi operatori, consorzi strutturati, enti di promozione — l'ospitalità diffusa fatta di singoli privati non ha nessuno che compri pagine, nessun ufficio stampa che manda comunicati pronti da impaginare, nessuno che inviti alla presentazione con il buffet. Non serve immaginare complotti: basta la fisica elementare delle redazioni. La versione dei fatti che arriva già scritta è quella che si pubblica.
Il paradosso finale è quasi comico: gli stessi giornali che ad agosto denunciano la folla sulle Dolomiti, a settembre pubblicano il pezzo sui borghi che si spopolano. Nella stessa testata, a volte nella stessa settimana. Senza che a nessuno venga il sospetto che le due notizie siano la stessa notizia, guardata da due lati.
Cosa succede quando arriva qualcuno
I numeri dell'Osservatorio sul turismo diffuso — e sì, mettiamolo subito sul tavolo: la ricerca è di The European House–Ambrosetti ma la paga Airbnb, quindi leggetela con la dovuta diffidenza, come si legge qualunque studio commissionato, compresi quelli di Federalberghi — dicono che nel 2025 gli ospiti della piattaforma nei comuni sotto i trentamila abitanti hanno prodotto 346 milioni di euro di spesa diretta, di cui 143 nella ristorazione, 100 nei negozi, 61 nei trasporti. In Piemonte, nei piccoli comuni, il conto fa 15,7 milioni. In Lombardia 60,1. In Liguria 29,8. In Sardegna il PIL generato nei piccoli comuni tocca i 29 milioni.
Ma il totale nazionale conta meno della catena di conseguenze che innesca, e che chi vive in un paese di montagna conosce a memoria.
Arriva l'ospite. L'ospite mangia: il ristorante che chiudeva a novembre resta aperto fino a gennaio. Il ristorante che resta aperto assume, e l'assunzione è una persona che non prende il treno per Torino. La casa che era vuota da dodici anni va sistemata, e chi la sistema è l'idraulico del posto, che riapre la partita IVA. Il piccolo alimentari regge un altro anno. La linea del bus, quella che il servizio pubblico taglia sempre per primo, resta in piedi perché adesso qualcuno la usa. E ogni pernottamento versa un'imposta di soggiorno nelle casse di un comune che campa di trasferimenti statali e non vede un euro discrezionale da un decennio.
Poi ogni tanto — non spesso, ma succede — uno di quelli che è venuto per due settimane torna, e la volta dopo chiede quanto costa una casa. Nessuna politica di ripopolamento ha mai funzionato meglio di un'estate passata bene in un posto.
C'è anche un dato che smonta l'immagine dell'orda straniera: nei piccoli comuni piemontesi il 74% della spesa turistica è italiana. In Liguria il 77%. In Lombardia il 90%. L'invasione, nei borghi, è composta da famiglie di Torino che cercano fresco ad agosto. È una minaccia che possiamo reggere.
Il rinascimento che non fa notizia
Ecco perché il dibattito italiano sugli affitti brevi è così stancante: si svolge interamente dentro l'1% del territorio, e nell'altro 99% viene applicato come una punizione collettiva per una colpa commessa altrove.
A Locana l'overtourism è un problema teorico, come la siccità in Norvegia. Il sindaco racconta che d'estate si sente parlare inglese e francese per strada e la cosa gli fa piacere, perché l'alternativa non è il turismo sostenibile: è il silenzio. La montagna, con le estati che fanno quaranta gradi in pianura, sta diventando un rifugio climatico — e quel rifugio ha bisogno di posti letto che nessuna catena alberghiera costruirà mai, perché il piano industriale non torna e non tornerà mai.
Il cinque stelle a Locana non arriva. Non è ideologia, è aritmetica.
L'unica domanda che conta davvero
Resta il punto che nessuno vuole affrontare, e che a questo giro tocca fare a noi invece che ai nostri critici: l'imposta di soggiorno, poi, dove finisce?
Perché la teoria è impeccabile — il turista paga, il comune incassa, il comune riqualifica, il paese migliora, arrivano altri turisti — ma la teoria vale se qualcuno controlla il terzo passaggio. E in Italia l'imposta di soggiorno entra in bilancio e spesso ci si perde dentro, a tappare buchi che con il turismo non c'entrano niente. Gli host la raccolgono, la versano, la rendicontano sotto minaccia di sanzione. Poi il tracciamento si interrompe.
Quindi la battaglia dei prossimi anni non sarà difendere il diritto di affittare la casa della nonna a Locana: quella, i numeri, la stanno già vincendo da soli. Sarà pretendere di sapere, comune per comune, euro per euro, che fine fanno i soldi che i nostri ospiti hanno pagato per dormire dove nessun altro voleva costruire.
Chi vuole cominciare a chiederlo al proprio sindaco, alzi la mano.



