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Firenze, il capro espiatorio e la guerra ideologica agli affitti brevi: quello che non vi stanno dicendo

Sergio Battelli 29 maggio 2026 11 min di lettura 146 lettureOriginale
Firenze, il capro espiatorio e la guerra ideologica agli affitti brevi: quello che non vi stanno dicendo

Esiste una narrazione tossica che si è impossessata del dibattito pubblico fiorentino e italiano.

È quella della "battaglia per i cittadini", della "città restituita ai fiorentini", dell'"operaio che torna in centro storico". È una narrazione emotivamente potente, politicamente redditizia, e, dati alla mano, costruita su fondamenta di sabbia.

Parliamoci chiaro una volta per tutte.


Il contesto: cosa sta succedendo a Firenze

Il 31 maggio 2025 è entrato in vigore il Regolamento per le Locazioni Turistiche Brevi del Comune di Firenze, approvato dalla giunta Funaro. Il regolamento ha introdotto il blocco alle nuove locazioni nell'area Unesco, requisiti tecnici stringenti, autorizzazioni quinquennali legate al proprietario (se vendi casa, decade tutto), sanzioni da 1.000 a 10.000 euro. Poi, esattamente un anno dopo, a maggio 2026, la giunta ha deliberato l'estensione del blocco a sei nuovi quartieri fuori dal centro storico: Campo di Marte, Gavinana, Rifredi, Statuto, Savonarola, San Jacopino. In totale, oltre 100.000 immobili finiscono sotto il perimetro delle restrizioni.

La sindaca Funaro ha già dichiarato di non temere che tutto questo faccia aumentare gli affitti e i prezzi delle case. Per rassicurarci, ha citato Barcellona.

Torniamo su Barcellona tra un momento. Perché è lì che la narrazione si inceppa in modo clamoroso.

Il grande assente: gli hotel 5 stelle che nascono come funghi

Mentre la giunta di Firenze dedica ogni conferenza stampa, ogni intervista, ogni delibera al tema degli affitti brevi, una trasformazione silenziosa e ben più imponente sta ridisegnando la città. Nessuno sembra parlarne con la stessa energia mediatica.

Firenze è diventata una delle capitali europee del lusso alberghiero. In pochi anni hanno aperto o sono in procinto di aprire: il W Florence (ex Grand Hotel Majestic, 120 camere, brand Marriott), il Collegio alla Querce (ex scuola privata dell'élite fiorentina, trasformato in resort di superlusso dal gruppo indiano Leeu Collection / Auberge Resorts), il Baccarat Hotels & Resorts (nell'ex ostello Villa Camerata, ai piedi di Fiesole), lo Student Hotel Belfiore (652 camere, struttura ibrida tra studentato e hotel), il Radisson Blu Florence (329 stanze), e svariati altri brand internazionali tra quattro e cinque stelle. Il Sole 24 Ore ha stimato investimenti per oltre 500 milioni di euro nel solo segmento lusso a Firenze. A livello nazionale, Milano è passata da 9 a 30 hotel 5 stelle in 15 anni; Firenze segue la stessa traiettoria accelerata.

Dove è la stessa attenzione meditativa, la stessa energia regolamentare, la stessa narrazione di "difesa dei cittadini" rispetto a queste grandi operazioni immobiliari internazionali? Dove sono le delibere che discutono dell'impatto sul tessuto urbano di un resort da 200 camere costruito nell'ex Scuola di Sanità Militare? Dove è la battaglia contro gli studentati di lusso che funzionano di fatto come hotel e sottraggono patrimonio edilizio al mercato residenziale?

Silenzio. Nessuna keybox da vietare. Nessun tetto alle autorizzazioni. Nessuna battaglia.

Il piccolo proprietario con un bilocale su Airbnb è il nemico. Il fondo di investimento internazionale che trasforma un collegio storico in un resort da 500 euro a notte è progresso.

Questa incoerenza non è una svista. È una scelta politica.

La lezione che si rifiutano di imparare: i dati da New York e Barcellona

La sindaca Funaro ha citato Barcellona come modello virtuoso. È una scelta curiosa, perché i dati di Barcellona raccontano una storia molto diversa da quella che viene venduta.

New York, Local Law 18 (settembre 2023): La legge ha vietato gli affitti brevi di interi appartamenti, consentendoli solo in presenza del proprietario. Risultato dopo un anno? I prezzi medi degli hotel sono aumentati del 7,4%, contro una media nazionale del 2,1%. Il prezzo medio per una notte a settembre 2024 ha raggiunto 417 dollari, il livello più alto mai registrato. Gli affitti residenziali sono cresciuti del 3,4% nei primi 11 mesi di applicazione. La disponibilità di alloggi è rimasta praticamente invariata al 3,4%. Alicia Glenn, ex vicesindaca per l'edilizia abitativa sotto de Blasio, ha dichiarato di non aver "mai visto dati che dimostrassero che gli affitti brevi incidessero in modo significativo sulla crisi abitativa." Tant'è che a fine 2024 alcuni consiglieri hanno già presentato una proposta per rivedere la legge.

Barcellona: Qui la situazione è ancora più istruttiva. Il sindaco Collboni ha annunciato che non verranno rinnovate le licenze per oltre 10.000 appartamenti turistici entro il 2029. La narrazione ufficiale? Gli affitti sono scesi del 2,7%. Ma i numeri completi raccontano qualcosa di diverso: nell'ultimo decennio — da quando esiste Airbnb — i prezzi degli affitti sono aumentati del 68-70% e quelli delle case del 40%. L'affitto medio a Barcellona oggi è di 1.160 euro al mese. Nella Città Vecchia di Barcellona ci sono sei volte più posti letto in hotel che in appartamenti turistici. E mentre si cancellano le licenze Airbnb, la Spagna ha autorizzato piani per costruire 800 nuovi hotel con 75.000 nuove camere, di cui quasi il 90% a strutture già esistenti. Il sindaco di Barcellona stesso ha dichiarato che ci sono "potenziali 5.000 nuove camere d'hotel che saranno potenziate dalla fine degli affitti brevi."

Volete tradurre? Il turismo non sparisce. Si concentra negli hotel. I prezzi salgono. I piccoli proprietari perdono un'entrata. Le grandi catene alberghiere ringraziano.

E Lisbona? Aveva imposto restrizioni agli affitti brevi dal 2019. I prezzi delle case nell'area metropolitana sono quasi raddoppiati nel tasso di crescita annuale. Gli affitti sono passati da +5,7% a +9,2% annuo. Nel 2025 il nuovo governo ha revocato le restrizioni, restituendo autonomia ai Comuni. È un precedente storico: una città che ha ammesso pubblicamente che le restrizioni non avevano funzionato, e ha cambiato rotta.

Questi dati non sono dell'industria del turismo. Sono di CoStar, StreetEasy, Apartment List, dell'Osservatorio del Turismo di Barcellona, di rapporti Ernst & Young, Oxford Economics, Harvard Business Review. Tutti concordano su una cosa: il vero responsabile della crisi abitativa è la mancanza cronica di offerta abitativa, non l'appartamento di chi affitta su Airbnb.

Il capro espiatorio perfetto: il piccolo proprietario

C'è un meccanismo politico antico e collaudato: quando un problema è strutturale e le soluzioni sono costose, difficili, impopolari — si trova un nemico semplice, visibile, attaccabile. Qualcuno che non si può difendere facilmente, che non ha grandi lobby, che nella narrazione può essere dipinto come l'"usurpatore" senza troppa resistenza.

Il piccolo proprietario di casa, quello che ha ereditato un appartamento dai genitori, o che ci ha fatto un mutuo sopra con relativi interessi, o che ci ha investito i risparmi di una vita, è oggi il nemico della città. È il "rentier" da colpire, il simbolo dell'ingiustizia abitativa, il volto da mettere sul manifesto della battaglia progressista.

Ma questa operazione ideologica ignora deliberatamente alcune cose fondamentali:

Prima cosa: La Costituzione italiana, all'articolo 42, riconosce e garantisce la proprietà privata. Non è un dettaglio. È il patto fondativo della nostra convivenza civile. Attaccare il diritto di un proprietario di decidere come utilizzare il proprio immobile — immobile su cui paga IMU, TASI, cedolare secca, spese condominiali, manutenzione — non è una battaglia per i diritti, è un'erosione di un diritto fondamentale.

Seconda cosa: Non esiste alcuna distinzione, in questa narrazione, tra la grande impresa che gestisce decine o centinaia di appartamenti come azienda alberghiera mascherata, e il pensionato che affitta il trilocale del figlio emigrato a Milano per arrotondare la pensione. Vengono messi tutti nello stesso calderone, tutti "banditi", tutti "usurpatori". È una scelta politica precisa: la demonizzazione di massa è più facile della regolamentazione chirurgica.

Terza cosa: Chi ha investito sul mattone in Italia lo ha fatto in un paese dove per decenni lo Stato ha abdicato completamente alla politica abitativa pubblica. L'edilizia residenziale pubblica è ferma agli anni '70. I Comuni hanno venduto il patrimonio ERP per fare cassa. Le periferie sono state abbandonate. E adesso, dopo quarant'anni di assenza totale dello Stato dal mercato abitativo, la colpa è del proprietario privato che cerca di valorizzare il suo unico asset?

Si scarica sul privato il costo di decenni di fallimento pubblico. E lo si fa con la retorica della giustizia sociale.

Il turismo è l'ultimo baluardo contro l'AI. E noi lo stiamo demolendo.

C'è un altro elefante nella stanza che la politica italiana — di ogni colore — si rifiuta di guardare. Mentre discutiamo di keybox e di regolamenti sulle metrature minime, il mondo del lavoro sta per attraversare la più grande trasformazione della sua storia. L'intelligenza artificiale sta già cancellando intere filiere produttive. Non tra vent'anni. Adesso. Programmatori, grafici, traduttori, analisti, giornalisti, operatori di call center, contabili, revisori, copywriter: settore dopo settore, il prompt sta sostituendo la persona. Non per forza meglio — spesso peggio — ma più velocemente e a costo zero.

Questo non è catastrofismo. È la realtà industriale del 2026. E lo Stato italiano, che già fatica a sostenere il sistema previdenziale attuale, si troverà tra qualche anno a dover pagare casse integrazioni di proporzioni mai viste, pensioni anticipate per lavoratori espulsi da mercati che non esistono più, redditi di sostegno per intere categorie che nessuna riqualificazione potrà recuperare in tempo. I conti non tornano oggi. Non torneranno domani.

In questo scenario, esiste un comparto che l'intelligenza artificiale non può replicare con un prompt. Non perché sia inefficiente, ma perché per definizione è fuori dalla sua portata.

L'esperienza fisica di un luogo. Il profumo di una saletta del Bargello. La luce di ottobre su Piazza della Signoria alle sei di mattina. Una cena in un ristorante dove il cameriere ti racconta da dove viene l'olio. Il senso di smarrimento e meraviglia che si prova davanti al Tondo Doni. Dormire in un appartamento fiorentino del '700, con le travi a vista e la finestra sul campanile. Queste cose non si riproducono. Non si comprimono in un file. Non si streamano. Si vivono, in presenza, pagando per farlo.

I dati lo confermano: il turismo globale è in crescita strutturale e accelera proprio nell'era dell'AI. Le persone che passano sempre più ore davanti agli schermi, che lavorano da remoto, che consumano contenuti digitali h24, hanno un bisogno crescente di esperienze fisiche autentiche e irriproducibili. Il viaggio, lo spostamento, l'immersione in un luogo diverso, il contatto con una cultura reale — questi sono asset che aumentano di valore man mano che il digitale pervade tutto il resto. Non è un'intuizione romantica. È economia dell'attenzione applicata al territorio.

L'Italia — e Firenze in particolare — siede su una delle concentrazioni più dense al mondo di patrimonio storico, artistico, paesaggistico e gastronomico del pianeta. Un patrimonio che nessun modello linguistico può clonare, nessun visore di realtà virtuale può davvero sostituire, nessuna piattaforma digitale può monetizzare senza che le persone vengano fisicamente qui. Questo non è un settore da "gestire con attenzione" — è la più grande leva competitiva che l'Italia abbia nel mondo che sta arrivando.

E cosa facciamo? Demonizziamo chi ospita. Burocratiziamo chi accoglie. Mandiamo segnali di ostilità ai nomadi digitali — quella categoria di lavoratori ad alto reddito che potrebbe scegliere Firenze come base per mesi, spendendo, pagando tasse, animando quartieri — che invece vanno a Lisbona, a Valencia, a Tbilisi, a posti che li cercano invece di scacciarli.

Il turismo non è solo un'industria. Nell'era dell'AI è uno dei pochi settori strutturalmente human-proof. Ogni guida turistica è un lavoro che un robot non fa altrettanto bene. Ogni host che accoglie una famiglia americana creando un'esperienza autentica è un lavoratore che nessun algoritmo può sostituire. Ogni artigiano del cuoio, ogni ristoratore, ogni fioraio di mercato che vende a turisti internazionali, ogni restauratore di affreschi — sono posti di lavoro reali, radicati nel territorio, impossibili da delocalizzare e impossibili da automatizzare.

Invece di usare questo grimaldello per battere il mondo intero, stiamo discutendo se le cucine degli affitti brevi devono misurare 9 o 11 metri quadri.

Mentre il mondo corre alla velocità della luce, la politica italiana — sia da destra che da sinistra, sia quella che agita il tricolore che quella che agita il pugno chiuso — continua a combattere battaglie del Novecento. Si parla ancora di fascismo e comunismo, di operai in centro storico, di rendita e speculazione, come se fossimo nel 1975 e non nel 2026. Il campanilismo cronico, la nostalgia di un mondo che non esiste più, l'incapacità di guardare avanti: questi sono i veri nemici della città. Non il bilocale su Airbnb.

Firenze potrebbe essere la capitale mondiale del turismo esperienziale di qualità nell'era dell'AI. Potrebbe attrarre i migliori nomadi digitali d'Europa. Potrebbe diventare un modello globale di come si valorizza un patrimonio straordinario in modo intelligente, sostenibile, inclusivo. Potrebbe creare lavoro per decine di migliaia di persone in un settore a prova di futuro.

Invece stiamo vietando le keybox.

Il vero problema che nessuno vuole affrontare

Il problema reale del diritto all'abitare nelle grandi città italiane si chiama insufficienza strutturale dell'offerta residenziale pubblica e privata a prezzi accessibili.

Non si risolve togliendo appartamenti da Airbnb — che peraltro, come dimostrano i dati di Firenze stessa, non tornano sul mercato degli affitti lunghi (dei 270 autorizzazioni rilasciate nei primi mesi del 2026, solo 8 riguardano l'area Unesco, tutte già attive nel 2024). Si risolve costruendo e ristrutturando edilizia residenziale pubblica e sociale. Si risolve con incentivi fiscali reali per chi affitta a lungo termine a prezzi calmierati. Si risolve investendo nelle periferie, rendendole vivibili e connesse. Si risolve aumentando il potere d'acquisto di chi lavora — perché se gli stipendi fiorentini consentissero di pagare un affitto dignitoso, il problema si ridimensionerebbe da solo.

Queste soluzioni hanno un costo. Richiedono coraggio politico. Non producono titoli di giornale immediati. Non hanno un nemico visibile da mettere alla gogna.

Gli affitti brevi ce l'hanno.

Una domanda finale, scomoda

Una certa parte dello spettro politico che oggi conduce questa battaglia si professa da sempre paladina della famiglia, della casa come valore, del risparmio come pilastro della vita delle persone comuni. Poi, quando quella stessa famiglia ha una casa ereditata dalla nonna e prova a ricavarci qualcosa, diventa improvvisamente "il ricco usurpatore che specula sulla pelle dei lavoratori."

Non si toccano le banche, che finanziano i grandi sviluppi alberghieri a tassi agevolati. Non si tocca il potere d'acquisto, eroso dall'inflazione e da salari fermi da vent'anni. Non si tocca chi ha investito centinaia di milioni in hotel di lusso, trasformando ex scuole e ospedali in resort per turisti facoltosi. Non si discute seriamente di edilizia pubblica, di housing sociale, di politiche attive per la residenzialità.

Si attacca il piccolo proprietario. Si vietano le keybox. Si estende il blocco quartiere dopo quartiere. Si costruisce una narrativa dove il male ha un volto preciso e il bene ha il volto della giunta.

Questo non è governare il turismo. È fare propaganda.

Il turismo va governato. Va studiato, capito, regolato con strumenti intelligenti e proporzionati. Nessuno lo nega. Ma la regolamentazione intelligente distingue tra chi fa impresa in modo irregolare e chi ha una casa e la affitta. Distingue tra l'impatto reale degli affitti brevi — che gli studi internazionali quantificano come marginale rispetto alle grandi dinamiche del mercato immobiliare — e il problema strutturale della mancanza di case a prezzi accessibili.

Firenze merita un dibattito serio. Merita dati veri, analisi oneste, soluzioni reali. Non ha bisogno di capri espiatori.

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