Bologna: muro imbrattato? Paga e pulisce il proprietario

Responsabilità pubblica = onere privato: benvenuti nel nuovo corso
C'è una logica nuova che si fa strada nelle nostre città, ed è bene chiamarla con il suo nome prima che diventi senso comune: la responsabilità pubblica che diventa onere privato.
L'ultimo a teorizzarla, con la naturalezza di chi annuncia una cosa ovvia, è il sindaco di Bologna Matteo Lepore.
Primo giugno, trasmissione Dedalus su Ètv: il Comune prepara ordinanze per obbligare proprietari di immobili e amministratori condominiali a ripulire a proprie spese le facciate imbrattate da graffiti, tag e scritte.
La motivazione, testuale: "Da quattro anni spendiamo quasi due milioni di euro l'anno per pulire i muri, anche dei privati. Credo che ci siano edifici privati che possano essere puliti anche dagli amministratori e dai proprietari".
Rileggetela con calma, perché è un piccolo capolavoro.
Qualcuno imbratta il muro di casa tua. Il responsabile non viene preso. E il conto della pulizia arriva a te, vittima del danno, in nome del "decoro urbano".
È come se, dopo un furto in appartamento, il Comune ti mandasse la fattura per la sostituzione della serratura — perché, in fondo, "tutti dobbiamo contribuire di più alla sicurezza".
Il senso civico a senso unico
L'argomento con cui si confeziona l'operazione è nobile e per questo insidioso: il senso civico.
"Così come i commercianti devono spazzare e pulire l'area antistante al proprio negozio", ha spiegato Lepore, "occorre che non ci sia bisogno sempre della Polizia locale".
Ora vogliamo sperare che il Sindaco stesse scherzando quando paragona "un colpo di scopa davanti ad un negozio" ad un ripitturare una parte di muro, che puntualmente verrebbe imbrattata il giorno dopo.
E annuncia una modifica del regolamento di polizia urbana, perché — sostiene — una città molto frequentata dal turismo "si sporca anche di più" e servono strumenti aggiornati.
Chi paga davvero il decoro urbano?
Il senso civico, però, è una bella cosa quando vale per tutti. Qui vale a senso unico.
Perché il senso civico del cittadino che ripulisce è invocato con forza; il senso civico dello Stato che dovrebbe garantire l'ordine pubblico e fermare chi imbratta, molto meno.
Il ragionamento implicito è disarmante: non riusciamo a prendere i vandali, quindi facciamo pagare chi i vandali li subisce.
Si sposta il problema dalla causa — il vandalismo impunito — all'effetto — il muro sporco. E si presenta lo spostamento come una conquista di civiltà.
C'è perfino un dettaglio che rende il tutto più amaro.
Anni fa, sotto un'altra amministrazione, era stata avanzata un'idea opposta e logicamente ineccepibile: chi veniva sorpreso a taggare un muro doveva ripulire non solo quella scritta, ma tutte le altre con la stessa firma sparse per la città.
Colpire chi sporca, non chi viene sporcato. Quell'idea non è mai stata applicata davvero. Quella nuova — far pagare i proprietari — invece si concretizza in ordinanze.
Si è scelta la strada più comoda, non la più giusta.
Non è la prima volta, e non è un caso
Va detto, per onestà, che Lepore non ha inventato nulla.
Ci aveva già provato nel 2022, quando l'idea di "costringere" i privati, in particolare i condomini, a farsi carico della pulizia degli imbrattamenti era finita sul tavolo del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica.
All'epoca, peraltro, la soluzione adottata fu opposta: era il Comune a pagare la pulizia anche dei palazzi privati, avvisando i proprietari con una lettera e procedendo dopo trenta giorni di silenzio-assenso.
In tre anni si è passati dal "paghiamo noi anche per voi" al "adesso pagate voi".
Il pendolo si è spostato, e si è spostato sempre nella stessa direzione: verso le tasche del privato.
Il proprietario come bancomat permanente
Ed è qui che la vicenda bolognese smette di essere una storia di graffiti e diventa il sintomo di qualcosa di più grande.
Perché il proprietario di un immobile (ancora più "colpevole" se la mette in affitto, in questi anni, si è trasformato nel bancomat permanente delle amministrazioni.
Paga le tasse, nel caso dell'affitto breve, trattenute alla fonte
Si fa carico di adempimenti su adempimenti: certificazioni energetiche, codici identificativi (CIN), dispositivi di sicurezza, regolamenti che cambiano ogni dodici mesi
E ora, dovrebbe pure ripulire ciò che altri sporcano, perché il Comune dichiara di non farcela
Il filo è sempre lo stesso, e attraversa tutto: dagli affitti brevi al decoro urbano, la logica è scaricare sul singolo proprietario una responsabilità collettiva, perché il singolo è il bersaglio più facile.
Non ha una lobby, non fa ricorso in gruppo, non minaccia di spostare capitali altrove.
È lì, con il suo muro e il suo immobile, immobile per definizione.
Tassarlo, gravarlo, responsabilizzarlo costa pochi voti e rende molto. È la versione amministrativa del cercare le chiavi sotto il lampione: non perché le abbiamo perse lì, ma perché lì c'è luce.
Prima fermare i vandali, poi parlare di costi
Attenzione: non si tratta di negare che il decoro sia un valore, né che i proprietari debbano fare la loro parte.
Una città sporca è una città peggiore per tutti, e nessuno qui difende l'incuria.
Il punto è un altro, ed è una questione di ordine delle cose.
Prima si garantisce che i vandali vengano fermati e sanzionati; poi, semmai, si discute di come ripartire i costi residui.
Invece no, a Bologna i collettivi non si possono toccare, possono fare ciò che vogliono in nome di una "libertà" a senso unico solo per loro.
Invertire l'ordine — far pagare prima la vittima e rincorrere il colpevole mai — non è senso civico. È resa, mascherata da responsabilizzazione.
La domanda scomoda che Bologna ci lascia
La domanda che Bologna lascia aperta, e che riguarda ben più di Bologna, è semplice e scomoda:
Fino a che punto si può chiedere al cittadino di sostituire lo Stato nelle funzioni che paga già con le tasse?
Perché se la risposta è "ogni volta che lo Stato non ce la fa", allora il prossimo muro da ripulire, prima o poi, sarà sempre il tuo.
Aggiornamento: il Comune smentisce il suo stesso sindaco
Colpo di scena. A poco meno di due ore dalla pubblicazione di questo pezzo, Palazzo d'Accursio ha fatto marcia indietro — smentendo, di fatto, le parole del proprio sindaco. L'amministrazione precisa che non ci sarà alcuno "scarica barile" sulle tasche dei proprietari, e fa notare che nel regolamento — quello che a breve potrebbe cambiare — l'articolo dedicato alla manutenzione per il decoro, l'igiene e la sicurezza degli edifici e dei terreni già specifica obblighi e compiti dei privati. Insomma: nessuna stangata in arrivo, tutto già previsto.
Pazzesco, vero? Il Comune che smentisce il sindaco poche ore dopo. Ma le parole hanno un peso, e non si cancellano con un comunicato. Quando un primo cittadino, ai microfoni di una trasmissione, dice che "ci sono edifici privati che possono essere puliti anche dai proprietari", non sta improvvisando: sta lasciando intravedere una linea politica, un orientamento, un modo di pensare il rapporto tra cittadino e amministrazione. La retromarcia di Palazzo d'Accursio sistema la forma, ma la sostanza è già uscita allo scoperto. E la sostanza è quella di sempre: davanti a un problema che lo Stato non riesce a risolvere, la prima idea che affiora è girare il conto al privato. La smentita arriva quando la frase fa rumore. Ma la frase, qualcuno, l'aveva pensata. E l'aveva detta.



