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Airbnb ha svuotato i centri? Erano vuoti 40 anni prima (dati ISTAT)

Sergio Battelli 17 luglio 2026 5 min di lettura 12 lettureOriginale
Airbnb ha svuotato i centri? Erano vuoti 40 anni prima (dati ISTAT)

C'è una scena che si ripete identica in ogni dibattito comunale sul centro storico che si spopola: un Sindaco si alza, cita "i dati", e attribuisce l'esodo dei residenti agli affitti brevi. Applauso. Titolo di giornale il giorno dopo.

Nessuno, in quella sala, ha mai aperto un censimento ISTAT. Se lo avesse fatto, avrebbe scoperto una cosa imbarazzante: il crollo demografico dei centri storici italiani è già finito da un pezzo — e Airbnb non era ancora nato.

I fatti prima delle sensazioni: quando è nato Airbnb in Italia

Partiamo dai fatti, non dalle sensazioni. Airbnb apre il suo primo ufficio italiano nel 2012, a Milano. Prima di allora esisteva, certo, ma era un fenomeno di nicchia per viaggiatori curiosi, non un attore del mercato immobiliare.

Ora mettiamo questa data — 2012 — accanto ai censimenti della popolazione delle dieci maggiori città italiane, dal 1951 a oggi.

Il risultato è un grafico che ogni consigliere comunale dovrebbe avere stampato sopra la scrivania.

Grafico censimento ISTAT popolazione centri storici italiani 1951-2023

Il vero esodo: 1971-1991, decenni prima delle OTA

Guardiamo i numeri reali, città per città. Il calo demografico dei centri storici dal picco storico:

  • Genova: -30,7% dal picco storico

  • Napoli: -27,9%

  • Torino: -26,5%

  • Catania: -22,5%

  • Milano: -22,1%

  • Bologna: -20,3%

  • Firenze: -19,7%

  • Bari: -14,8%

  • Palermo: -10,2%

  • Roma: -2% (quasi recuperato)

Il picco, per sette città su dieci, è il 1971. Per le altre tre — Roma, Palermo, Bari — il 1981.

In nessun caso, in nessuna città, il picco è successivo.

Il punto più alto della popolazione residente in ciascuna di queste città è più vecchio della patente di guida di chiunque abbia oggi meno di cinquant'anni.

1981-1991: il decennio nero (senza Airbnb né OTA)

E il decennio peggiore — quello in cui il crollo è stato più ripido, quello che ha fatto davvero il danno — è sempre lo stesso: 1981-1991.

Nelle tre città di cui abbiamo la serie storica decennio per decennio:

  • Milano perde il 14,7% della popolazione

  • Torino il 13,8%

  • Genova l'11%

Più del doppio del decennio precedente. Più di qualunque decennio successivo. Un crollo verticale, datato con precisione.

La causa è arcinota a chiunque abbia studiato la storia urbana italiana: deindustrializzazione, delocalizzazione delle fabbriche fuori dal perimetro comunale, politiche di "decentramento" che negli anni Settanta e Ottanta hanno spinto letteralmente i residenti fuori dai centri, con incentivi statali alla casa in periferia.

Airbnb, nel 1986, non esisteva nemmeno come idea: i suoi fondatori avevano tra i quattro e i sei anni.

Dopo il 2012: la vendetta dei dati ISTAT

Ora arriva la parte divertente, se si ha lo stomaco per l'ironia amara.

Guardiamo cosa succede dopo il 2012, l'anno in cui Airbnb sbarca ufficialmente in Italia.

Se la tesi dell'accusa fosse vera, dovremmo vedere un crollo sincronizzato e accelerato in tutte le città, specialmente in quelle più turistiche. Succede l'esatto contrario:

  • Milano: +8,7%

  • Roma: +5%

  • Bologna: +4,5%

  • Firenze: +1,4%

E non sono città scelte a caso: sono, insieme a Roma, le città con la più alta concentrazione di annunci su piattaforme OTA in tutta Italia.

Nello stesso periodo, Napoli perde il 5%, Palermo il 4,2%, Genova il 3,5%, Torino l'1,6%, Catania l'1,3% — proseguendo esattamente la traiettoria discendente che avevano già, decenni prima che un turista americano scaricasse l'app.

Se Airbnb svuotasse davvero le città, il grafico dovrebbe mostrare Firenze e Milano in caduta libera. Mostra l'opposto.

La spiegazione scomoda (ma vera)

C'è una spiegazione più semplice, e meno vendicativa, di quella che va per la maggiore nei consigli comunali:

Le città che tornano ad attrarre residenti sono le stesse che attraggono capitali, lavoro, servizi e — sì — anche turisti.

Le città che continuano a perdere abitanti lo fanno per ragioni strutturali di lungo periodo: declino industriale, invecchiamento, minore attrattività economica.

Ragioni che non hanno aspettato Airbnb per manifestarsi e non lo aspetteranno per continuare.

Confondere la correlazione con la causa, qui, non è un errore statistico distratto. È la scelta di un bersaglio comodo — recente, digitale, straniero — al posto di una diagnosi scomoda che chiama in causa cinquant'anni di politica industriale e urbanistica italiana.

Il paradosso del patrimonio edilizio: case già costruite negli anni '70

E c'è un paradosso in più, che nessuno mette mai in fila con gli altri: se queste città hanno avuto un boom demografico fino agli anni '70-'80, hanno avuto — per la stessa identica ragione — anche un boom edilizio nello stesso periodo.

Bisognava pur mettere da qualche parte tutti quei residenti in più.

La stragrande maggioranza del patrimonio immobiliare delle grandi città italiane è stata costruita esattamente per assorbire quel boom di popolazione, non per ospitare turisti arrivati cinquant'anni dopo.

Le case, insomma, ci sono già: sono la normale eredità edilizia di mezzo secolo di crescita urbana, costruite in un'epoca in cui gli affitti brevi non erano nemmeno un'ipotesi di fantascienza.

Il patrimonio è cresciuto insieme alla popolazione, e quando la popolazione se n'è andata — negli anni Ottanta, per ragioni industriali — quel patrimonio è rimasto lì, vuoto, molto prima che un turista con il trolley ci mettesse piede.

Raccontarlo come "case rubate ai residenti da Airbnb" significa ignorare che quelle stesse case erano già vuote quando Airbnb non era nemmeno un'idea scarabocchiata su un materasso gonfiabile a San Francisco.

I dati CIN: quanto pesa davvero il turismo sul patrimonio abitativo

E se si vuole misurare quanto di quel patrimonio enorme sia oggi davvero occupato da locazioni turistiche, basta guardare il registro CIN del Ministero del Turismo — dati ufficiali, non stime — e confrontarlo con il numero di abitazioni di ciascuna città.

Il quadro, città per città, è questo:

  • Firenze 7,16% delle abitazioni totali (14.718 locazioni su 205.420 case, ma qui parliamo del solo Comune, un centro storico piccolo e denso, non paragonabile alle altre città)

  • Roma 1,85% (41.489 su 2.240.719)

  • Palermo 1,64%

  • Bari 1,22%

  • Milano 1,22% (21.110 su 1.727.347)

  • Catania 1,18%

  • Genova 1,10%

  • Bologna 1,03%

  • Napoli 0,95%

  • Torino 0,89%

Questi numeri possono essere considerati "Crisi abitativa"? No non è lo è, punto e basta e chi lo dice è perchè è o in malafede o non legge i dati. Tolto Firenze, le altre città non superano il 2% del totale. Il resto, oltre il 98% delle case, non ha nulla a che fare con gli affitti brevi: è semplicemente il patrimonio costruito per il boom demografico di cinquant'anni fa, in gran parte ancora abitato da residenti, in parte vuoto per le stesse ragioni di sempre — eredità, spopolamento industriale, seconde case, paura fottuta nel fare affitto lungo perché in Italia non esistono tutele per il proprietario.

Conclusione: il centro storico si è svuotato 40 anni prima di Airbnb

Il centro storico si è svuotato tra il 1971 e il 1991.

Il turista con il trolley è arrivato dopo, in un palazzo che era già vuoto da vent'anni — e in metà dei casi, a giudicare dai numeri, ci sta anzi riportando gente.

Ma è molto più semplice dare la colpa ad Airbnb che ammettere cinquant'anni di errori di politica urbana.

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