La grande propaganda sulla Casa.

C'è un colpevole che mette d'accordo tutti. Lo trovi nei talk show, nei comunicati stampa, nei post indignati e, sempre più spesso, nei programmi elettorali: gli affitti brevi. Sarebbero loro a svuotare le città, a far esplodere i canoni, a togliere la casa alle famiglie. Basta chiuderli, dice lo slogan, e gli appartamenti torneranno sul mercato, magari a prezzi popolari.
È una storia semplice, e proprio per questo funziona. Ha un solo difetto: i numeri non la confermano. Anzi, la smontano. Perché nel marasma della campagna elettorale, della propaganda di Federalberghi e delle promesse facili, c'è una sola cosa che non mente: i numeri.
Questo articolo usa solo dati ufficiali e verificabili da chiunque: la Banca dati nazionale delle strutture ricettive e delle locazioni turistiche (BDSR) del Ministero del Turismo, aggiornata al 18 ottobre 2026, il censimento Istat delle abitazioni, i dati Istat sulla capacità ricettiva, l'Osservatorio Federcasa sulle case popolari. La tesi è semplice: gli affitti brevi sono il bersaglio più comodo, non la causa della crisi abitativa. E la promessa di "restituire le case alle famiglie" chiudendoli è propaganda.
I numeri, quelli veri
Partiamo dai dati ufficiali. Nella BDSR le locazioni turistiche autorizzate in tutta Italia sono 595.121. Sembrano tante, finché non le si mette accanto ai numeri che nessuno cita.

Tradotto: in Italia le locazioni turistiche valgono meno di due case ogni cento. Le case non occupate sono una su quattro, il 27,2%. Per ogni appartamento affittato ai turisti ce ne sono sedici chiusi, che non ospitano né turisti né residenti.
Anche se domani sparisse ogni singola locazione turistica d'Italia, le case non occupate resterebbero sedici volte di più. E intanto lo Stato tiene chiuse 61.300 case popolari perché nessuno le ristruttura, mentre oltre 300mila famiglie aspettano in graduatoria. Lo scandalo c'è, ma non è quello che vi raccontano.
Una nota di correttezza: le case non occupate dell'Istat comprendono anche seconde case per le vacanze e alloggi da ristrutturare, e il dato Federcasa riguarda gli enti associati, quindi probabilmente sottostima il totale. Ma l'ordine di grandezza non cambia, e l'ordine di grandezza è tutto.
Posti letto: chi ospita davvero i turisti
L'altro mito è quello dell'invasione: le locazioni turistiche avrebbero preso il posto degli alberghi e trasformato le città in dormitori per turisti.
Qui serve una premessa. Qualche giornalista furbo, e sempre Federalberghi, ama ripetere una frase fatta apposta per indignare: "In Italia ci sono 32mila hotel e 600mila B&B". Detta così sembra un'invasione. Ma chiunque abbia un minimo di buon senso sa che non si contano le strutture, si contano i posti letto. Un monolocale con due posti non può valere quanto un grand hotel di Roma con trecento camere. Per Federalberghi, invece, sì.
E allora contiamoli, i posti letto, facendo il conto più generoso possibile: tre in media per ogni appartamento.

In Italia gli alberghi da soli offrono più posti letto di tutte le locazioni turistiche messe insieme: circa mezzo milione in più.
Il falso mito delle grandi città
Ad aprile 2026, alla 76ª assemblea nazionale di Federalberghi, il presidente Bernabò Bocca ha parlato di concorrenza sleale degli affitti brevi e ha sostenuto che "il 97% degli appartamenti turistici" si troverebbe nelle grandi città, e non nei borghi. Una frase ripresa ovunque, senza che nessuno chiedesse da dove venisse quel numero.

La risposta la dà la banca dati ufficiale del Ministero del Turismo, la BDSR, pubblica e verificabile da chiunque. E dice una cosa molto diversa: nelle 12 principali città turistiche italiane si trova il 23,46% delle locazioni turistiche. Non il 97%. Meno di una su quattro.

Le 12 città sono Roma, Milano, Firenze, Venezia, Napoli, Torino, Bologna, Palermo, Genova, Verona, Bari e Catania. Il 97% di Federalberghi diventa, nei dati ufficiali, il 23,46%. Oltre due terzi delle locazioni sono nella provincia italiana, fuori anche dai capoluoghi. Capite perchè non credo ad una parola di quello che esce dalla bocca di Bocca?
E c'è di più. Dove gli alberghi non arrivano, arrivano le case:
Su 7.465 comuni censiti, 3.515 non hanno nemmeno un hotel: il 47,09%, quasi metà Italia.
Le locazioni turistiche sono presenti in 6.824 comuni, il 91,41% del totale.
In 3.039 comuni senza alcun albergo ci sono 27.442 locazioni turistiche. Lì, senza di loro, l'accoglienza turistica semplicemente non esisterebbe.
Nei 5.745 comuni con zero, uno o due alberghi, il 76,96% dei comuni italiani, le locazioni turistiche sono 74.083.
In oltre tremila comuni l'affitto breve è l'unica forma di ospitalità. Vuol dire turisti che fanno lavorare il bar, la trattoria, l'alimentari e l'artigiano in posti dove nessun gruppo alberghiero investirà mai un euro. E vuol dire reddito che resta alle famiglie del posto, invece di finire in una catena o in un fondo immobiliare. Altro che spopolamento: in molti borghi è l'antidoto.
La favola delle case a prezzi popolari
Resta l'idea più resistente di tutte: chiudi gli affitti brevi e quelle case tornano alle famiglie, magari a prezzi popolari. Ma dove sta scritto? In nessuna legge, in nessun contratto, in nessun dato. È uno slogan, e come tutti gli slogan funziona finché nessuno fa la domanda successiva.
Un proprietario che domani smette di affittare ai turisti ha davanti due strade, e nessuna delle due porta al canone popolare:
Tenere la casa vuota. Perché chi affitta a lungo termine in Italia non ha garanzie. Ogni anno i giudici emettono oltre 40mila provvedimenti di sfratto, circa tre su quattro per morosità. Nel 2024 le richieste di esecuzione sono state 81.054, gli sfratti eseguiti 21.337. Tradotto: quando l'inquilino smette di pagare, il proprietario può aspettare anni prima di rientrare in casa sua, continuando a pagare Imu, condominio e spese. Non a caso perfino in Parlamento si discute di come rendere gli sfratti più rapidi.
Affittarla a prezzi di mercato. Cioè agli stessi prezzi che oggi vengono giudicati insostenibili per le famiglie e per gli studenti.
In nessuno dei due casi lo studente fuori sede che paga 500 euro a letto ci guadagna qualcosa. Ci guadagna, al massimo, chi ha trovato un colpevole facile.
E qui va detta una cosa senza giri di parole. Con le elezioni che si avvicinano, certa politica ha scoperto che "colpa degli affitti brevi" è uno slogan perfetto: semplice, popolare, a costo zero. Promettere case a prezzi popolari togliendole ai piccoli proprietari non costruisce un solo alloggio. Serve solo a comprarsi un po' di consenso con un nemico facile, mentre i problemi veri restano dove sono.
Il padrone di casa che nessuno nomina
Se la casa è un'emergenza, il primo a doverne rispondere non è il pensionato che affitta il bilocale ereditato. È lo Stato, che di case ne possiede moltissime.
Secondo l'Osservatorio nazionale Erp 2024/25 di Federcasa e Nomisma, le case popolari gestite dagli enti pubblici sono 797.034. Di queste, 61.300 sono vuote perché servono lavori di manutenzione straordinaria, il 7,7%, e altre 22.700 sono occupate abusivamente. Quasi 84mila case pubbliche, in totale, non vanno a chi ne ha diritto. Intanto oltre 300mila famiglie aspettano in graduatoria.
Federcasa stima che per rimettere in condizione una casa popolare servano in media 19 o 20mila euro. Con poco più di un miliardo si restituirebbero decine di migliaia di case alle famiglie. Case che esistono già, che sono già pubbliche, e che nessuno abita.
Nel frattempo, palazzi pubblici di pregio hanno cambiato destinazione. A Roma, per esempio, l'ex sede Inps di piazza Augusto Imperatore oggi è un hotel Bulgari, l'ex Zecca di piazza Verdi è destinata a un hotel Rosewood. Nessuna di queste scelte l'ha fatta un host con due appartamenti su Booking.
Cosa servirebbe davvero
Se l'obiettivo fosse davvero mettere più case a disposizione delle famiglie, i numeri indicano strade molto meno rumorose e molto più efficaci:
Garanzie per chi affitta a lungo. Tempi certi per rientrare in possesso della casa in caso di morosità, e un fondo pubblico che copra i mancati pagamenti. Senza questo, nessun proprietario rischia.
Recupero delle case popolari vuote. Le 61.300 case popolari vuote sono la riserva più grande e più economica che il Paese abbia.
Incentivi veri per le case chiuse. Su 9,5 milioni di abitazioni non occupate, anche una piccola quota rimessa in affitto supererebbe di gran lunga tutte le locazioni turistiche d'Italia.
Edilizia pubblica e studentati. Costruire, finalmente, invece di vendere.
Nessuna di queste misure fa un titolo in prima pagina. Tutte, però, creerebbero case. Chiudere gli affitti brevi, invece, non ne crea nemmeno una.
Il punto vero, quello che nessuno vuole guardare
Tutto questo, però, è una guerra nel fango. Host contro albergatori, proprietari contro inquilini, centri contro periferie. Intanto il punto vero resta sullo sfondo, e nessuno lo nomina: gli stipendi.
Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2024 i salari reali italiani erano ancora l'8,7% sotto il livello del 2008. Tra i Paesi avanzati del G20, nessuno ha perso tanto potere d'acquisto quanto l'Italia. Stipendi fermi, inadeguati, bassi, mentre tutto il resto saliva. E con stipendi così ottenere un mutuo diventa ogni anno più complicato, e un affitto in una grande città diventa un lusso.
Ci sono poi città che hanno scelto un modello preciso. Milano, per esempio, ha costruito negli anni un ecosistema capace di attirare soprattutto chi ha già molto: grandi investitori, redditi alti, progetti di lusso. Gli affitti brevi non c'entrano: è una scelta urbanistica e politica, ed è stata fatta alla luce del sole. Rivendicata davanti al Mondo, la Milano "Place to be" per pochi, selezionati e ricchi.
Il diritto alla casa, e chi deve garantirlo
Si parla molto di "diritto alla casa". Nella Costituzione non è scritto in modo esplicito: è stata la Corte costituzionale, nel 1988, a riconoscere "un diritto sociale all'abitazione" tra i diritti inviolabili dell'uomo.
E su questo sono d'accordo. Ma come il diritto alla salute e il diritto all'istruzione, anche il diritto alla casa deve garantirlo il pubblico, non il privato. Nessuno chiede al medico privato di curare gratis per legge, né alla scuola paritaria di sostituire la scuola pubblica. Se si scarica sul singolo proprietario un compito che è dello Stato, la ruota si scardina e crolla tutto: il proprietario si difende, tiene la casa chiusa, e l'offerta si riduce ancora.
Guardate l'Europa. A Vienna circa il 43% delle abitazioni è sottratto al mercato, tra case comunali e cooperative sovvenzionate, grazie a una politica pubblica che dura da un secolo. Avete sentito parlare di un'emergenza affitti brevi a Vienna? No. Le proteste, gli slogan e le guerre sulla casa li vediamo in Spagna, in Francia, in Italia: i Paesi che per decenni hanno abbandonato i programmi di edilizia pubblica.
E adesso, con le elezioni che si avvicinano in Francia come in Italia, c'è chi soffia su problemi che esistono davvero, ma che sono stati lasciati marcire per anni, indicando il colpevole più comodo invece delle proprie responsabilità.
Due mosse per invertire la rotta
La propaganda devasta, i numeri parlano chiaro. Per invertire la tendenza servono politiche pubbliche vere e norme reali, forti e chiare. Bastano due mosse per risolvere gran parte del problema:
Un vero piano casa pubblico. Recuperare le case popolari vuote, costruire edilizia pubblica e studentati, come fa Vienna da cent'anni.
Regole certe per i proprietari. Chi oggi non affitta a lungo lo fa perché sa che, se l'inquilino smette di pagare, può passare anni prima di rientrare in casa. Tempi certi per lo sfratto in caso di morosità e un fondo di garanzia pubblico rimetterebbero sul mercato una parte di quei 9,5 milioni di case chiuse.
Resta, certo, l'allergia di Federalberghi alla concorrenza. Ma quella è tipica delle lobby vecchie e stantie, che in questo Paese hanno sempre preferito difendere lo status quo piuttosto che migliorarsi. Con la casa, però, non c'entra nulla.
Ai numeri non si mente
Riassumiamo. Le locazioni turistiche valgono l'1,69% delle case italiane. Per ognuna ci sono sedici case non occupate. Gli alberghi offrono più posti letto di tutte le locazioni messe insieme. Due locazioni su tre stanno fuori dai capoluoghi, e in oltre tremila comuni sono l'unica ospitalità che esista. E una casa tolta al turismo non diventa una casa popolare per decreto.
Chi promette il contrario, in campagna elettorale, sa benissimo di non poter mantenere. Ma sa anche che un nemico facile porta più voti di un piano casa serio.
I dati sono pubblici, chiunque può verificarli. La domanda da fare ai candidati è una sola: con quali case, esattamente, pensate di risolvere l'emergenza abitativa? Se la risposta è "con quelle degli affitti brevi", fatevi mostrare i dati reali.



